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Cacciari: «Nell'era della scienza c'è ancora spazio per una Philo-Sophia»

Cacciari: «Nell'era della scienza c'è ancora spazio per una Philo-Sophia» - Daniele Bondi Writer


Il filosofo veneziano ha introdotto il concetto di Ero-Sophia e strappato applausi a scena aperta

 

Strappa ancora una volta applausi a scena aperta grazie ad una lectio magistralis che scollina ripetutamente il crinale fra filosofia e filologia. Una lectio dal titolo “Philo-Sophia”, in cui il professore di Estetica del San Raffaele cerca di sviscerare non solo l’origine ideale e pratica della disciplina, ma anche il suo destino nell’epoca contemporanea.

Il termine “Philia” è più debole, nel greco antico, rispetto al termine “Eros”. Mentre quest’ultimo indica una passione che mai genera un effettivo sapere, che non ha ritmo e misura e numero (se non nell’eccezione di Platone che vedremo alla fine della lezione), il primo si riferisce più all’amicizia, al rapporto di comune appartenenza per cui gli amici si appartengono l’un l’altro (e non per un irragionevole pathos, ma perché scoprono di avere in comune una filosofia, un punto di vista, un’idea). Tra l’altro, mentre in philia mi scelgo l’amico, lo eleggo, in eros il partner mi travolge.

Il termine greco “Agape” esprime invece quell’amore divino (Theos agape) ripreso dal cristianesimo, quell’idea cioè di amore gratuito, sovrarazionale, sovra-umano, che non ha nulla a che fare con philia e che invece richiama il discorso della montagna in cui Gesù ci chiama ad essere perfetti e compiuti come il Dio dei cieli. Ma in “Philo-Sophia”, l’amore è indice di amicizia (philia), di eros o di agape? Se il termine è inventato da Pitagora, il primo a esprimerlo in modo compiuto è però Eraclito, in un frammento del quale si legge che per diventare filosofo è molto necessaria la “historei” - cioè il vedere molto, il conoscere molto, il fare esperienza diretta di molte cose – e se poi sai collegare (col logos) i dati raccolti attraverso l’esperienza (historìa). Quindi il filosofo è colui che fa esperienza diretta delle cose e poi le sa collegare e rendere chiare, cogliendone il senso, armonizzando il molteplice. E allora ecco che il termine “Philo-Sophia” si arricchisce e diventa amore per la evidenza con cui si riesce a collegare e chiarire ciò di cui vi è historia. Quando Platone disciplina la filosofia, stabilisce che il filosofo è colui che ha per missione universale e scientifica di rendere chiaro il collegamento del molteplice in unità, è un po’ Ulisse e un po’ Eraclito, è curioso, fa esperienza e chiarisce il molteplice esperito con la massima concretezza, con la determinazione di chi non accetta nulla che non sia evidente, nulla che possa essere revocato in dubbio. C’è dunque una origine prassistica della filosofia: mentre in altri contesti (induismo, tradizioni mesopotamiche,…) il sapiente è separato dal demos e ha un ruolo iniziatico, sacerdotale, nella Grecità la Sophia ha a che fare con la capacità di saper fare bene qualcosa (sophòs) o col saper fare cose che funzionano, che sono buone (Kalà). Non c’è dunque, in Philo-Sophia, solo l’amore per l’evidenza, per ciò che appare inconfutabile alla ragione, ma anche l’amore per tutto ciò che viene fatto bene (Kalòn: bello, funzionante, bene armonizzato fra le sue componenti). È quindi filosofo anche il ciabattino, l’architetto, e tutti coloro che operano bene nel demos, lavorano i materiali e li armonizzano per creare il bello e il buono. L’oggetto del filosofo è il fare, il fare bene, e dunque non ha nulla di esoterico, di ermetico. Il filosofo ama i sophoi, coloro che sanno creare compiutamente, e ama chi produce bene e riesce a collegare il molteplice. Quando i sophoi si incontrano trovano qualcosa di comune e da qui nascono legami di amicizia (philia). I diversi sophoi possono riconoscersi, creare amicizia, appartenere alla sophia. È questo il significato eminentemente politico della filosofia la quale, nella polis, ha dunque questo triplice ruolo: a) partire dall’esperienza; b) far amare la sophia; c) promuovere l’amicizia fra i sophoi e bocciare chi fa male le cose (i nemici della polis), cioè, per Paltone, i sofisti e chi non opera amando la compiutezza del suo fare. La filosofia deve accusare costoro di essere ospiti ingrati della città. Se filosofia ha questo significato, allora non la si può accomunare a una prospettiva erotica: essa ha una valenza razionale, ha un fine razionale, ha un fine dettato dal logos in vista della costruzione della polis. Ma questa filosofia può davvero mettere in sordina l’eros? Nella filosofia moderna e contemporanea, soprattutto con Hegel, si afferma l’idea che, essendo eros figlio di Penìa e di Poros, e dunque si ami solo ciò che non si possiede, la filosofia non deve più avere la connotazione di “amante” perché è diventata scienza, sapere assoluto. Se si possiede il sapere, la sophia, l’oggetto dell’amore, che senso ha continuare ad esserne amanti? “Ci sono abissi di ignoto, ma nulla di in conoscibile” ci dice Leonardo. E allora, all’interno della dimensione del sapere, ha ancora senso, oggi, parlare di amore per il sapere? Ha ancora senso quella missione all’evidenza, ai sophoi, ai collegamenti fra i diversi saper fare e quindi il mantenere il termine amore? Ha ancora valenza contra Hegel e contra tutti coloro (anche Nietzsche e Heidegger) che parlano di fine della filosofia? Cosa rimane da amare nella missione della filosofia? Cosa non può essere posseduto-conosciuto e dunque amato? Cosa non può essere ridotto alla dimensione del sapere? Se resta qualcosa, possiamo rimanere amanti, sennò diventiamo solo scienziati che possiedono il sapere. Ma se torniamo a Platone scopriamo che nella philia della filosofia resta una dimensione erotica che indica un pathos, che la costituisce originariamente, che mi agita, mi cogita continuamente. Il fatto che mi muove dall’historìa, dall’esperienza, dai limiti della definizione dell’essente: il problema della libertà! In ogni atto del sapere si agita al suo interno questa questione. Nel mito della caverna il prigioniero che si libera si converte alla luce e ascende alla luce e arriva al Bene come idea che accomuna tutti i bona (buoni) del fare bene. Ma Platone non spiega come si sia liberato: resta un mistero ed è il problema della libertà. E allora? Forse il fondamento di questo discorso non è un fondamento? Forse il discorso fatto sta su un abisso? Forse sì, ma non su un abisso di ermetismo, bensì sull’abisso della nostra libertà che resta indeterminabile, indimostrabile, ma senza ci sentiremmo morti. Ecco allora la philia per qualcosa che non può diventare oggetto di un sapere determinato e definito. E questo qualcosa è nella prospettiva del pathos, dell’eros, della passione. La filosofia è allora riducibile alla Philo-Sophia? No, la grande fatica del filosofo contemporaneo è mantenere la prospettiva iniziale insieme con l’amore per qualcosa di non determinabile, no definibile. La filosofia continua ad essere passione, amore, fatica di congiungere le due dimensioni: oltre che Philo-Sophia è “Ero-Sophia” (pathos e abisso della libertà). Se la filosofia vuol avere uno spazio nel mondo contemporaneo è quello di riuscire a tenere insieme queste due dimensioni (sennò resterà solo la scienza non-amante la quale però, se non ha amore per la città, dove può arrivare?): conoscenza di un saper fare ma anche eros di un sapere non determinabile. Sta qui la chiave degli incontri di questo festival 2013 e forse anche del destino della cultura occidentale e del rapporto fra filosofia e scienza.

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