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Galimberti: «Amore è essere posseduti dalla follia del divino»

Galimberti: «Amore è essere posseduti dalla follia del divino» - Daniele Bondi Writer

Grandiosa lectio magistralis del professore se condo cui, nella Grecità, il 2 viene prima dellì1 e quindi la relazione (e così la polis) prima del singolo.

 

«La relazione precede l’individuo, il due precede l’uno». È con questa  illuminante ermeneutica del Simposio platonico che Umberto Galimberti conclude la sua Lectio Rotary dal titolo “Possessione”.

La possessione è la caratteristica di fondo dell’amore. L’innamorato è infatti posseduto da una forza su cui non ha potere. Nel Simposio, Socrate si trova inizialmente in una condizione di “atopia”, di immobilità, di esistenza fuori luogo perché se vogliamo parlare d’amore dobbiamo dislocarci, abbandonare il luogo dell’io, della razionalità. In questo dislocamento che è l’amore siamo posseduti: non possiamo possedere l’amore perché è questo che ci possiede. L’innamorato si trova in uno stato di entusiasmo, parola greca che indica la presenza in lui di un Dio che parla e agisce. L’amore è quindi ospite della follia. Ma Platone ci insegna a discutere secondo ragione la quale è un insieme di regole basato sul principio di non-contraddizione (questa bottiglia è una bottiglia e non altro; ma non è vero perché se la lancio fra di voi diventa un’arma impropria). Questo principio de-finisce, pone fine al significato delle cose, stabilisce regole grazie alle quelli noi possiamo intenderci. Si dice che bisogna essere ragionevoli, si parla di età della ragione: i bambini nascono nella follia, i loro gesti sono pericolosi. I pazzi sono terribili perché usano le cose a prescindere dall’uso stabilito dalla ragione. I poeti stessi abitano la follia (per Heidegger sono infatti i più arrischianti). Per Jung, quando ammiriamo un’opera d’arte ci comportiamo come di fronte a una perla, ma ci dimentichiamo che essa nasce da una ferita: così l’artista deve contaminarsi con la follia, col dolore più acuto se vuol generare l’opera d’arte. E così le nostre differenze dipendono dalla qualità della nostra follia (la ragione ci rende uguali). I sogni sono il teatro della follia: in essi non vige il principio di identità e non-contraddizione, non vige la legge causale, ogni cosa non è solo se stessa, ma molte cose, c’è una destrutturazione di spazio e tempo. La razionalità è una costruzione, un insieme di regole, ma non la verità del nostro profondo. I beni più grandi ci vengono dalla follia: Platone inventa la ragione, ma attribuisce la follia agli dèi. Gli uomini provengono dagli dèi poi se ne separano con gli apparati tribali (riti) e poi con la ragione che stabilisce cosa sono le cose al fine di intenderci e di allontanare l’inquietudine. Gli uomini offrono sacrifici agli dèi per tenerli lontani, perché fanno esplodere la follia nella comunità (Agamennone dà la colpa del toglimento di Briseide ad Achille alle Atai che hanno agito dentro di lui). Nelle Baccanti di Euripide si capisce che non è possibile allontanare Dioniso con la ragione perché questa nulla può contro il super-potere della follia (è necessario che il Dio se ne vada solo). Gli psichiatri nell’800 concludevano le cartelle-ricette con la formula “Dio concedente”, una sorta di preghiera al divino di allontanarsi dal malato di mente. Quando Kierkegaard commenta il passo biblico di Abramo che sta per uccidere Isacco, dice che Dio è al di là di ogni regola razionale, di ogni legge di natura, di ogni legge morale, quindi non è tenuto a rispettarle. Con Dio non puoi stare faccia-a-faccia (il caso di Mosè: “Nasconditi dietro la siepe sennò se mi vedessi moriresti”), perché tutte le facce sono sue. Il principio di identità e di non-contraddizione non funzionano nel mondo degli dèi. Anche per Cartesio Dio è al di sopra di tale principio sennò non sarebbe Dio. Quando Giobbe dice a Dio che nonostante egli sia giusto tutto gli va male e pretende una risposta, Dio gli dice “Dov’eri tu quando ho creato il mondo, chi sei tu, che diritto hai di farmi questa domanda? Dio non è giusto nel senso retributivo del termine perché è al di là della ragione e della morale.

Platone istituisce la relazione fra follia e ragione nella distinzione fra uomini e dèi che sono al di là del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, della ragione. Nel far questo, Platone mette l’amore nella follia, la quale comprende la follia profetica, quella iniziatica (tutti i passaggi-chiave della vita), quella poetica (Leopardi che vede nella luna ben altro che un satellite) e infine quella amorosa, la più potente e divina e pericolosa forma di follia. Infatti, quando gli amanti passano la vita insieme non sanno cosa vogliono glu uni dagli altri: non certo i soli piaceri carnali. Forse hanno da dire delle cose che non riescono a dire (collasso del linguaggio che è solo razionale). Il linguaggio appartiene all’ordine razionale e l’amore no: è un enigma è un luogo buio e appartiene alla follia all’interno della quale accade appunto l’amore. Anche per Freud l’innamoramento è un delirio che il solo pregio di essere breve. Esso ci fa dire cose deliranti (con te tocco il cielo con un dito, volo, e senza di te mi casca il mondo addosso: tutte cose non vere nella maniera più assoluta!)

Quando nel Simposio tutti cominciano a bere (in vino veritas) si indebolisce la razionalità ed emerge la follia. Socrate dice di non sapere nulla: i sapienti sanno, i guru, i sacerdoti, mentre i Philo-Sofi cercano (e amano) la verità, ma non la sanno. Ecco perché l’amore è filosofo per Socrate. Tra l’altro, coloro che sanno la verità la trasmettono (scuola). Per Socrate la verità è in ciascuno di noi e va tirata fuori con la maieutica, scrostando le incrostazioni prodotte dalle fedi ingiustificate, dai sofisti che hanno sedotto l’anima, dalle false conoscenze. Quando la verità si fonda su buone argomentazioni è “episteme”, cioè “sta su da sé, non perché l’ha detta qualcuno (ecco l’importanza di una scuola che ci insegni a ragionare e a non farci intrappolare/fregare). Socrate allora dice: “Io non so nulla, ma ho episteme dell’amore perché me l’ha insegnata una donna (davvero rivoluzionario per quel tempo che una donna per di più non nobile, ma di un paesino come Mantinea, si imponga su una cultura soltanto al maschile). Diotima gli aveva raccontato che Eros era in realtà figlio di Penìa e Poros (un semidio che significa via, ma anche espediente, astuzia). È un Eros in tono minore, non nato da Afrodite (dea della sessualità, non della bellezza, il Dio bello era Apollo) e Ares (Dio della guerra). Anche Freud aveva trovato nell’inconscio umano le due forze di Eros e Thanatos, cioè le forze della vita e della morte, della creazione e della distruzione. Questo Eros socratico-platonico girerà poi scalzo e povero, non giovane e bello, e porterà i tratti della madre (Pen^a=Povertà). Per Platone l’amore è allora desiderio, mancanza. Cesare, nel De bello gallico chima desiderantes le sentinelle che attendono chi non è tornato dalla battaglia. L’Eros è mancanza, è ricerca e allora è “Filosofo”! La sua funzione è trasmettere agli dèi i messaggi degli uomini e viceversa, facendo un lavoro di traduzione e interpretazione al fine di farli intendere. Erosa è una via di mezzo fra umano e divino: se questa comunicazione avviene si ha una rigenerazione degli amanti. Ma quand’è che due si amano? Perché amiamo solo qualcuno e non tutti? Chi è questo qualcuno? È qualcuno che ha catturato la nostra follia, la parte a noi non nota e divina che ci costituisce. Se qualcuno la intercetta ci fidiamo di lui e intraprendiamo questo cammino interiore (pericoloso) grazie all’amante-amato. Da notare che nella grecità la città viene prima dell’individuo e così la relazione (coniugale o meno) viene prima del singolo. L’uomo intero (prima di essere spezzato in due da Zeus) è in una condizione di unità corporea, di coito perenne ed è per questo che poi si va sempre alla ricerca della propria metà

 

 

 

 

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