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Gli Editoriali


Cacciari, Galimberti, Severino: una sintesi

La XVI Edizione del Festival Filosofia di Modena 2016 si è conclusa con 3 magnifiche lectio magistralis.

Massimo Cacciari ha elaborato il concetto greco di Agon, mostrando la differenza netta fra agon atletico (che comporta vittorie effimere), agon tragico (che non risolve la questione del rapporto uomo-dei) e Filosofia, che offre risposte epistemiche, un risultato veritativo e soprattutto si astrae dal livello agonistico per individuare l'armonia degli opposti. La verità (aletheia) della Filosofia vuol mettere fine all'Agon. Eppure, ha anch'essa bisogno della doxa per ricercare l'armonia degli opposti.

Ma il vero problema della Filosofia non è il contrapporsi agonisticamente alla doxa, ma al linguaggio: i nostri idiomi sono tutti costruiti sui 3 tempi di passato, presente e futuro, quando la Filosofia cerca di andare oltre elaborando i concetti di immortalità, eternità, anima. Nasce qui un Agon fra pensiero e linguaggio, la gara più radicale di tutte, quella che permette meno di ogni altra il prevalere di qualcuno su qualcun altro. E guai se non fosse così! Se la Filosofia smettesse di competere col linguaggio, si ridurrebbe ad analisi immanente di certe forme del fare, si appiattisce sugli idiomi e allora sarebbe la fine non solo della Filosofia, ma anche dell'Europa e dell'Occidente.

 

 

Umberto Galimberti ha sviluppato l'idea di un Agon fra individuo e specie, ove il primo vuole vivere e la seconda lo vuole morto per rigenerarsi. Il pensatore ha tornato a sottolineare la differenza fra Grecità e Cristianesimo, la prima orientata alla giusta misura e alla presa di coscienza della dimensione tragica dell'esistenza, il secondo capace di inventare l'ottimistica speranza per la Resurrezione. Il Cristianesimo non è una religione, è una cultura di cui sono intrisi fino al midollo l'ateismo stesso, il marxismo e la scienza. Ed è proprio Freud che trova nell'Inconscio la cifra della specie, con le sue pulsioni di sessualità e aggressività (l'io non è padrone in casa propria). La psicologia ha poi sbagliato a vivere del dualismo mente-corpo, perché la vera lotta è fra corpo e mondo. La Morte di Dio nietzschiana non è altro che lo sprofondare nel nulla, nel nichilismo della morte dei valori e degli scopi. Eccetto che per la Tecnica, la vera dominatrice del mondo attuale, la forma più atroce di razionalità che vuole il massimo risultato col minimo impiego di mezzi. Una Tecnica che organizza l'umanità stessa e la cui capacità di fare supera persino la sua capacità di prevedere (le conseguenze).

 

 

Emanuele Severino ha tenuto la lectio più complessa. Riprendendo il Polemos di Eraclito "padre di tutte le cose", il filosofo bresciano ha sottolineato come tutte le forze attuali (democrazia, capitalismo, islam, comunismo,...) cerchino di servirsi della Tecnica per prevalere per cui il potenziamento della Tecnica è diventato il nuovo scopo di tutti, capace di annullare gli scopi iniziali e forse di far crollare il capitalismo stesso e rendere obsoleti tutti gli scontri ideologici di un tempo. Curioso, ma non troppo conoscendo la sua predilezione per Parmenide, l'attacco che Severino muove nei confronti di Platone: Il filosofo ateniese sostenne che tutte le tecniche sono poiesis capaci di far passare le cose dal non-essere all'essere. Ogni individuo vuole vivere ma la sua volontà non è illimitata in quanto si scontra con una resistenza-barriera che è il divino. La Morte di Dio segna un arretramento del divino e della barriera, l'uomo si fa spazio producendo frammenti della barriera (e tali frammenti sono la Natura che è proprio il risultato del combattimento fra uomo e Dio, frammenti che sono le cose con le loro caratteristiche. Ma le cose possono diventar altro da sé? Se sì, che ne è dell'esser cosa della cosa? Deve forse strapparsi a sè stessa, auto-combattersi? Il primo nemico diventa il senso originario della cosa e così vediamo le cose come divenir altro da sé. ed è proprio la Filosofia che rende potente la Tecnica perché porta all'estremo il senso originario dell'esser cosa diveniente, perché Platone fa quel discorso sulla pieisis e fa iniziare il discorso filosofico sul nulla. La Filosofia prepara così il terreno alla potenza della Tecnica che riesce a far diventare altro ogni cosa. Se l'eterno esiste, non può esistere divenire perché quell'eterno contiene già in sé tutto, quindi anticipa ogni trasformazione la quale, essendo anticipata, implica l'impossibilità del divenir altro. Ma la dominazione dell Tecnica è dominazione della violenza sull'essere cosa della cosa. Noi, però, siamo destinati alla gioia.

 

 

Campioni: "Il funambolo di Zarathustra ci insegni ad osare"

di Daniele Bondi

Sotto la tensostruttura allestita in Piazza XX Settembre, si è tenuta ieri mattina la lezione dei classici “Così parlò Zarathustra”, a cura di Giuliano Campioni, ex professore delle Università di Lecce e di Pisa e grande esperto di Nietzsche. In questa notissima e molto spesso incompresa opera, il filosofo tedesco ha collocato i concetti cruciali del suo pensiero, ovvero: la morte di Dio, l’Eterno Ritorno dell’Identico, la Volontà di Potenza e l’Oltreuomo (spesso chiamato Superuomo nei manuali). Un’opera “per tutti e per nessuno”, come disse il filosofo, certamente di grande fascino, con elementi ermetici, contenuti talvolta impenetrabili, e, proprio per questo, ripetutamente fraintesa quand’anche non strumentalizzata.   Un testo che sorge dalla solitudine e sofferenza di Nietzsche, dalla sua consapevolezza circa il proprio arduo compito di ribaltare la scala di valori della tradizione nell’epoca del Decadentismo.

Da dove nasce quest’opera così dibattuta e intricata? Campioni individua almeno quattro fonti: i persiani, Schopenhauer, Byron ed Emerson. Il filosofo apprezzava molto i persiani (Zarathustra ricalca il profeta Zoroastro) e i loro sistemi educativi basati sul tiro con l’arco, il cavalcare e il dire sempre la verità; si sa che da giovane aveva una predilezione per Schopenhauer, dal quale ereditò l’idea della necessità di un allenamento duro per ciascun essere umano; è altrettanto risaputo che Nietszche amava moltissimo il poeta inglese Byron dal cui Manfred attinse l’idea dell’uomo superiore; infine, egli nutriva una passione smisurata per Ralph Waldo Emerson, pensatore americano che espresse i concetti di oltreuomo e di autoaffermazione.

Nel prologo dell’opera, l’autore de “L’Anticristo” si concentra sulla ambivalente figura del funambolo, una figura che gli serve per caratterizzare il percorso dell’uomo. Quest’ultimo, infatti, per Nietzsche una sorta di “cavo teso tra la bestia e il superuomo”, un ponte, un elemento di transizione ormai al tramonto. La figura del funambolo è stata interpretata in modi assai diversi, ora come uomo del presente che osa, spirito libero e dinamico, ora come il filisteo della professione al di fuori della quale non è nulla, ora come il simbolo dell’uomo che tende alla perfezione ma è ancora preso dalle vecchie fedi e ha atteggiamenti demagogici. Per il professor Campioni, il funambolo è l’uomo superiore (attenzione, non il Superuomo, ma una via di mezzo fra questi e l’uomo mediocre delle masse) che si stacca dalla massa del mercato, vive pericolosamente, lontano dalle soddisfazioni egoistiche. Egli ha vissuto la durezza del dressage, lontano da improvvisazioni di sorta e quando morente dice a Zarathustra di essere poco più di una bestia che ha imparato a danzare, il profeta gli risponde: “No, tu hai fatto del pericolo il tuo mestiere e meriti di essere sepolto da me con le mie mani”. I funamboli hanno un talento indiscusso e vivono in una condizione nono dissimile da quella dei matematici: o cadono o non cadono, non può esserci una terza soluzione. Essi non fingono come gli attori di teatro, ma rischiano l’osso del collo per ricevere un misero “Bravo!” Sembra quindi ragionevole dedurre che per Nietzsche valga assolutamente la pena di vivere pericolosamente, mettersi in situazioni rischiose in cui le false virtù non servano a nulla, avventurarsi su ogni corda, osare, sperimentare modelli di vita innovativi, emanciparsi. E anche se il funambolo è un uomo superiore, ombra di Dio e del Superuomo, amato dal profeta, nell’opera emerge ugualmente tutta la sua fragilità perché sarà un pagliaccio ad essergli fatale. Ciononostante, resta nel lettore la forte idea della tensione (dell’uomo superiore) verso il superamento di sé e delle proprie contraddizioni per assurgere al livello del Superuomo e quindi per occuparsi non di se stesso ma di redimere l’Uomo in generale. Una tensione che ha però il suo risvolto tragico nel fallimento conclusivo non solo del funambolo e di ogni uomo superiore, ma anche dello stesso Zarathustra.

 

Cacciari: «La divinità risiede nella relazione Padre-Figlio»

Cacciari: «La divinità risiede nella relazione Padre-Figlio» - Daniele Bondi Writer

 

La lectio magistralis tenuta dal professor Massimo Cacciari in Piazza Grande ha per titolo “Figliolanza” ed è una lezione di Filosofia della Religione a tinte nietzschiano-kafkiane molto puntuale, originale e apprezzatissima dal numeroso pubblico intervenuto.

Rispetto al mondo classico greco-latino – ove il Padre è colui che ha potenza assoluta sul figlio ed esercita la patria potestà in quanto è lui che può che è potente - l’Antico Testamento presenta una novità: il Padre di Israele è dominus e creatore di tutte le cose, è kirios, ed è legato al suo “figlio” con un sentimento di amore che è ontologico. A volte si ribella, gli grida che non è più suo “figlio”, ma poi l’amore torna in quanto il loro legame è inscindibile. Nell’Ebraismo c’è quindi il tentativo sia di mantenere la trascendenza divina, sia di vedere Dio come Padre, anzi come Abbah (papà). Quest’ultima tensione, questa possibilità escatologica, si concretizzerà nel Tempo Ultimo, quello messianico, quando gli uomini potranno essere chiamati veramente figli del Dio vivente.

E con l’avvento del Messia, ecco allora venire il Tempo Ultimo e pertanto l’inaugurazione dell’Età del Figlio. Siamo di fronte a una novità assoluta: Gesù dice «Padre che sei nei Cieli» (e quindi accoglie l’idea di trascendenza assoluta dell’Ebraismo) ma sin dall’inizio Egli si costituisce come il ponte sicuro verso il Padre, come figlio unico del Dio vivente, come immagine perfetta della Figliolanza. «Chi non odia suo padre non può seguirmi» non è un invito da prendere alla lettera, ma un invito a separare drasticamente la genitorialità dalla paternità. Chi ti ha generato non è il Padre: La genitorialità è un fatto naturalistico, l’autorità paterna è ben altro.

Con l’inaugurazione dell’Età del Figliol il Padre ha destinato un Uomo, Gesù, a rappresentarlo perfettamente in Terra e si tratta di una rappresentazione che non pone differenza alcuna fra rappresentante e rappresentato. In Grecia, non esiste una rappresentazione perfetta del divino che conduce al Padre-Patria, non esiste questo ponte, questo termine medio. «Tutto mi è stato dato dal Padre mio» è scritto nel Vangelo secondo Matteo. Con questa espressione, Gesù dice di essere una rappresentazione perfetta del Dio-Padre in quanto «Chi vede me, vede il Padre». Emerge quindi l’intensità assoluta di una relazione mai vista nella cultura mediterranea sino ad allora, una relazione quindi stra-ordinaria che ha profondità insondabili. Il Figlio è stato fatto pieno erede: tutto gli è stato dato dal Padre (come se fosse morto!) ed è divenuto la Via, la Verità e la Vita. Per cui la stessa autorità del Padre si è trasferita sul Figlio il quale ha col Padre una relazione essenziale (non certo accidentale, non certo contingente): “Deus est relatio” dice infatti Agostino. Il divino diventa la relazione stessa fra umano e divino. Anche perché «In principio era il Logos» e il Logos come Verbo, come Discorso, come Dialettica è stato da Filone identificato col Figlio Primogenito di Dio.

Su questo sfondo del tutto nuovo, può accadere che i figli affermino: «Siamo tutti pieni eredi, ergo Dio è morto!» Il Figlio è autonomo e solo, il Padre sprofonda nel passato e se ora è l’Età del Figlio, domani verrà (come direbbe Gioacchino Da Fiore) l’Età dello Spirito? In questo contesto può accadere che i Figli (il plurale a questo punto è necessario) che seguono la via di Gesù si affermino come perfetti eredi da cui le guerre fratricide per stabilire chi sia l’autentico erede. Parricidio e fratricidio diventano così consustanziali. Un aspetto interessante a questo punto è il ruolo di ponte fra Padre e Figlio che la donna viene a svolgere: non a caso molte rappresentazioni dello Spirito sono di natura femminile. Ma le guerre fratricide (King Lear) sembrano ricondurre non tanto al Padre, ma alla Patria Potestas, cioè alla lotta per il potere, a una lotta che si concretizza in percorso tragico per tornare ad essa. Non a caso lo stesso Nietzsche sostiene che è stato proprio l’avvento dell’Età del Figlio a determinare la morte di Dio.

Ma in questo sfondo di Età del Figlio, si può aprire anche un’altra strada: la lotta del padre per conservare e/o riacquistare la patria potestas. Lo si può vedere nella rivolta islamica al Cristianesimo, quasi una dichiarazione di infantilismo dei “figli” incapaci di libertà, di seguire il logos se non obbedendogli (muslim significa obbediente). Questa stessa lotta reazionaria del padre appare nella nostra cultura nella famosa “Lettera al padre” di Franz Kafka in cui il grande scrittore mostra come il padre pretenda una potestas in quanto genitore senza accorgersi di essere figura cieca, che divora i figli, che non li vuole far crescere, che li vuole rendere impotenti come è impotente lui pur cercando di mascherare la propria impotenza. Il padre diventa una sorta di divinità castrata che ha generato ma non è Padre e copre le sue proprie vergogne svergognando il figlio. Si tratta di un Padre passato che non vuole tramontare e non consente al figlio di vivere liberandosi da questa estrema immagine di patria potestas.

Nell’Età del Figlio i tempi si congiungono: il passato cessa di essere passato e questa ora è eterna come per Gesù. Questi fa la volontà del Padre, ma liberamente perché è tutt’uno col Padre: nella sua relazione non avventizia ma essenziale col Padre è inclusa la sua libertà. Questa relazione intradivina diventa una figura sola: il Logos è Dio e questo Logos richiama lo Spirito Assoluto di Hegel.

 

Di Cesare: «L'Angoscia come mezzo per divenire Autentici»

Di Cesare: «L'Angoscia come mezzo per divenire Autentici» - Daniele Bondi Writer

«L’elemento nuovo della Filosofia di Heidegger sta nel suo carattere “performativo” in quanto propone una soluzione pratica per la nostra vita quotidiana». È questo, in sintesi, il cuore della lezione di Donatella Di Cesare su “Essere e tempo”, il capolavoro del filosofo tedesco, da tutti considerato uno dei maggiori pensatori del ‘900. “Sein und Zeit” fu scritto in un rifugio senza libri nella Foresta Nera. In quest’opera – che è un concentrato delle oltre 4000 pagine scritte sino a quel momento – egli, trentasettenne, fa riferimenti multipli a filosofi come Aristotele, Agostino, Hegel, Husserl, Kierkegaard e altri, ma cerca di tracciare una linea nuova a rivoluzionaria per la filosofia tedesca e non solo. “Essere e tempo” non indica tanto il contenuto del libro, quanto la sua intima sfida, ovvero comprendere l’Essere a partire dal tempo in quanto la temporalità dell’Essere è al suo centro: con questo spostamento concettuale, Heidegger cerca di andare oltre la metafisica tradizionale che ha la colpa di aver inteso l’Essere in opposizione al tempo e lo quindi entificato, reso un ente come un altro e in definitiva obliato. La filosofia ha allora un compito liberatorio: viene a ricordarci l’Essere che abbiamo dimenticato in quanto immersi tra gli enti in una sorta di sonno ontico che ci impedisce di risvegliarci all’essere. Ci accontentiamo infatti di vivere fra gli enti che hanno perso il rinvio all’Essere da cui pure provengono. La filosofia non può essere messa sul piano delle altre scienze: queste si occupano degli enti, mentre essa sola si occupa, meglio, si dovrebbe occupare, dell’Essere per risvegliarci ad esso dal sonno ontico in cui ci troviamo immersi.

Il protagonista di “Essere e tempo” è il Dasein, ovvero l’esserci che ciascuno di noi è singolarmente con la sua precomprensione vaga e media dell’essere, il solo, tra tutti gli enti intramondani, che può interrogarsi sull’essere. E infatti l’esserci, per il filosofo, è la radura in cui l’Essere si disvela. E allora vediamo quali sono le caratteristiche di questo Dasein. Anzitutto l’esserci non va mai assunto staticamente perché è sempre un poter-essere: la sua essenza sta tutta nella sua esistenza, nel suo ek-sistere, nel suo emergere ogni volta in un dinamismo di possibilità, in un continuo bivio di fronte al quale deve scegliere. Il Dasein è singolare e si deve differenziare: non si tratta dell’esemplare di una specie e basta. Esso si trova sempre a un bivio tra Autenticità e Inautenticità ove la prima indica la scelta consapevole dell’appropriazione delle sue possibilità più proprie. Ma la seconda viene prima in quanto l’Esserci vive immerso in essa e può arrivare all’Autenticità solo riuscendo a distaccarsi da essa. Questo “ci” dell’Esserci (il “da” del Dasein) richiama la dimensione di fatticità in cui esso è immerso e anche la sua stessa “gettatezza” (geworfenheit) originaria, cioè la condizione ineluttabile finita in cui ciascuno di noi è stato gettato (una condizione di passività, di destino non scelto, che lo stesso Kierkegaard aveva preannunciato con la sua domanda: “Chi mi ha gettato nel mondo?”). Ciascuno di noi avverte la tragicità di questa gettatezza, di questa caduta, di questo “sentirsi situati” (befindlichkeit) in un tempo e un luogo ben precisi.

Ma l’Esserci è anche preda dell’affettività, che non è affatto un accidente: tutto ci appare sempre in una data disposizione emotiva e questa incide sul nostro rapporto con le cose e con il mondo.

Heidegger prende le distanze da ogni ipostatizzazione di un Soggetto astratto che vede quindi ancorato alla metafisica tradizionale per interrogarsi sull’atteggiamento dell’esserci nella sua vita quotidiana, un ambito fenomenico da sempre trascurato dalla filosofia (anche husserliana). Non sono quindi accettabili né l’idea di un Soggetto “subjectum”, cioè sostrato, fondamento, sostegno o garante a cui vengono attribuite delle proprietà, né l’idea di un Soggetto autonomo e sovrano. Entrambi non si capisce dove si trovino, entrambi sono sogni della metafisica di eliminare il tempo dall’essere, di prescindere dalla nostra finitezza. Ma se l’esserci è gettato, situato, non posso disporre del mio “ci”.

Un altro punto innovativo di Heidegger sta nne priorità della comprensione rispetto alla conoscenza: immerso nella sua temporalità e affettività, l’esserci si muove pre-comprendendo il mondo poi, se riesce, lo conosce. Pensare che il nostro rapporto con le cose sia un rapporto anzitutto conoscitivo è quindi sbagliato. Quando mi muovo in casa e apro una porta agendo su una maniglia, si capisce bene che viene prima la pre-comprensione, cioè la utilizzabilità, delle cose che non la loro conoscenza. Gli enti non mi si danno nella loro nudità, ma sono sempre pre-compresi. L’Esserci è sempre un In-Essere, un Essere-nel-mondo

Quindi Heidegger è il filosofo che dischiude una nuova prospettiva (antimetafisica) sul mondo. Nella prospettiva metafisica pensiamo all’esserci come a un rapporto semplicemente spaziale fra noi e il nostro mondo, ma il mondo è un esistenziale, è un abitare presso, un “abitare con”. Non c’è mondo senza Esserci: è l’Esserci che dischiude il mondo e ha familiarità con esso. Ciascuno di noi è gettato, ma ha un compito, un progetto: il Progetto-Gettato: eccoci alla cifra performativa della filosofia heideggeriana. Attraverso la gettatezza siamo proiettati verso la nostra gamma di possibilità. Abbiamo visto sopra che l’Esserci è sempre anche un essere-con-gli*altri. Di qui il rischio di conformità, anzi, la “dittatura del si” (si dice, si pensa, si fa,…) la quale ci trattiene nell’Inautenticità, ci rende deietti, dispersi, in caduta, alienati. È il “si” della chiacchiera, dell’opinione di tutti, del modo di essere della quotidianità, della dittatura della pubblicità (nel snso di pubblico): anche quando vogliamo essere contro, seguiamo sempre il “si”, perché “si è contro” in un dato modo.

E allora come possiamo passare dalla Inautenticità all’Autenticità ed evitare la deiezione? Sono 2 le risposte che ci dà Heidegger e cioè i concetti di “Angoscia” e di “Essere-per-la-morte”. Mentre la Paura è sempre paura di qualcosa di determinato, l’angoscia è paura del Nulla. Essa non consiste in un ente ben determinato che ci minaccia, ma in un vuoto che mette in luce l’impertinenza del Nulla. Siamo quindi sempre al bivio, siamo sempre un non-ancora, circondati da una negatività di possibilità, da un insieme di possibilità non realizzate. Cerchiamo sempre di emergere da questo fondo abissale del Nulla che avvertiamo nell’angoscia (anche se l’angoscia autentica è rara perché raro è sopportare questo fondo di nulla). L’Angst è allora la possibilità del passaggio all’Autenticità in quanto ci mette davanti alla nostra finitezza: l’Esserci non ha una fine di fronte a cui cessa, ma ha la sua finitezza intrinseca. La dittatura del “si” ci spinge a fuggire dalla morte. La questione della morte accompagna l’esistenza e si pone tutta al di qua, è un esistenziale, una parte della vita, appena nati siamo giuà abbastanza vecchi per morire. La morte non è un mero fatto, non lo possiamo esperire (in noi e negli altri). Il defunto è colui che passa dall’esserci all’ente e ciascuno muore solo e, anche se dà la vita per qualcun altro, non può morire per l’altro. La morte non è quindi una possibilità tra le altre, ma la possibilità di non poter più esserci, la possibilità estrema che l’Esserci non può superare. La morte elimina tutte le possibilità: a quel punto, le nostre possibilità non ci sono più. L’Inautenticità, il “si”, ci spingono a tabuizzare la morte, ad allontanarla. Ma l’Autenticità sta proprio nella “decisione anticipatrice” della morte che è l’Essere-per-la-morte, cioè il vivere pensando a questa possibilità estrema e quindi progettando la nostra esistenza nel raccoglimento, pensando a questa fine che non finisce nel compimento ma nell’incompiutezza. Accettando la nostra finitezza e temporalità e progettandoci in esse, possiamo arrivare all’agognata Autenticità.

Galimberti: «Anticipare la morte per essere più misurati»

Galimberti: «Anticipare la morte per essere più misurati» - Daniele Bondi Writer

 

 Lectio Magistralis di Umberto Galimberti tenuta a Carpi il 14/09/14

 

La Vanagloria, la superbia, ci dice che dal 2 nasce l’1: nessuno si insuperbisce da solo, la vanagloria ha bisogno della relazione con l’altro. Per Nietzsche il Cristianesimo ha introdotto l’uguaglianza fra gli uomini distruggendo la nobiltà d’animo dei Greci e creando una morale degli schiavi basata sul risentimento dei deboli. Lo stesso ha fatto la democrazia in legislazione e in economia. L’eudaimonia greca è la felicità del conosci te stesso, sviluppa i tuoi talenti ma sempre secondo misura sennò cadi nella vanagloria e nella superbia. Per N. l’uguaglianza ha creato piccoli uomini, con le loro vogliuzze del giorno e vogliuzze della notte che preferiscono conservare la vita piuttosto che vivere una vita di nobiltà.

Secondo Freud l’uomo occidentale è stato mortificato (distruggendo un po’ della sua vanagloria) negli ultimi secoli da 3 rivoluzioni culturali: a) Copernico ha spiegato che la Terra non è il centro dell’universo; b) Darwin che l’uomo viene dalla scimmia; c) io stesso (Freud) che l’IO non è padrone a casa propria. Per i greci la Natura è eterna e superiore a tutto, inoltre non vale il concetto di individuo, ma quello di Polis, comunità. Il dominio della terra viene dalla cultura giudaico-cristiana (“dominerai sugli animali…”) e soprattutto dal Cristianesimo che è pessimista riguardo al passato (peccato originale) e ottimista riguardo al presente (redenzione) e soprattutto al futuro (salvezza). Allo stesso modo, scienza e tecnica pensano che il passato sia ignoranza, il presente ricerca e il futuro soluzione. E così non abbiamo mai costruito un’etica degli enti di natura, ambientale: la scienza non guarda il mondo per contemplarlo, ma per manipolarlo. L?etica del Cristianesimo è un’etica dell’intenzione: sei peccatore o santo a seconda delle intenzioni interiori che stanno dietro le tue azioni. Lo stesso vale per il sistema giuridico (omicidio intenzionale, preterintenzionale,…). Kant ha cercato di liberarsi del Cristianesimo costruendo un’etica razionale con valore universale, ma sostenendo che l’uomo debba essere sempre considerato come un fine ci si può domandare come debbano considerarsi animali e piante. Non c’è dunque un’etica degli enti di natura che si sia stratificata nella nostra psiche e così dall’uso della Terra siamo passati all’usura della Terra. Nel Protagora, Platone ci parla di Prometeo di Epimeteo, spiegando che tutte le qualità vengono distribuite ai vari animali e quando si tratta dell’uomo non resta nulla allora Zeus dice a Prometeo di dar loro la capacità di prevedere. C’è quindi nell’uomo quasi un vuoto di istinti che lo regolino: ogni animale sa cosa deve fare già appena nato. All’uomo occorrono 30 anni, l’educazione e l’istruzione e la costruzione di istituzioni.

Freud poi spiega la terza mortificazione dell’uomo: derivandola da Schopenhauer, ecco l’idea che l’IO non sia affatto padrone a casa propria in quanto più forti sono le pulsioni inconsce di sessualità e aggressività o se vogliamo di Eros e Thanatos. La specie è dunque molto più forte dell’individuo e tutti noi siamo solo funzionari della specie. Conclude così Galimberti: «Noi dovremmo allora essere più seri, come i greci, anticipare la morte, viverla di + per evitare la vanagloria. Se così facciamo, la morte ci aiuterà a stare nella nostra misura, nel nostro limite. Come dice N.: “I cardini del mondo non ruotano su di te”».

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